Negli ultimi decenni, mentre nei Paesi più ricchi cresceva l’attenzione per la raccolta differenziata e il riciclo, una parte consistente dei rifiuti ha continuato a spostarsi altrove: lontano dagli sguardi, dalle responsabilità politiche e dai costi ambientali. È in questo spazio opaco che prende forma il waste colonialism (“colonialismo dei rifiuti”), espressione che indica l’insieme di pratiche attraverso cui Stati e imprese del Nord globale esportano rifiuti, spesso presentandoli come “materiali riciclabili”, verso Paesi con minore potere negoziale o sistemi di controllo meno stringenti. Il tema ci riguarda anche da lontano, non solo perché le scelte di consumo e smaltimento che alimentano questi flussi nascono da noi, ma anche perché se vogliamo che l’economia circolare sia davvero sostenibile è necessario sostenere e promuovere modelli di gestione che mettano al centro responsabilità di filiera, trasparenza e giustizia sociale, evitando che i costi ambientali e umani vengano sistematicamente scaricati altrove.
È proprio in questo contesto che diventano centrali le esperienze sviluppate in molte città del Sud globale, dove una parte fondamentale della gestione dei rifiuti è storicamente portata avanti da lavoratrici e lavoratori informali: persone che recuperano, selezionano e reimmettono materiali nei cicli produttivi, il cui lavoro è stato a lungo invisibilizzato e stigmatizzato. Eppure, proprio da queste pratiche e dall’organizzazione dal basso sono nati alcuni dei modelli innovativi di economia circolare, fondati sul principio per cui chi lavora nella filiera deve avere diritti, voce e potere decisionale.
A Pune, in India, più di 3.850 waste picker (raccoglitori di rifiuti) fanno parte di SWaCH (Solid Waste Collection and Handling – Raccolta e gestione dei rifiuti solidi), una cooperativa nata nel 2005 su iniziativa del sindacato KKPKP. Oggi SWaCH gestisce la raccolta porta a porta in collaborazione con l’amministrazione comunale, all’interno di una partnership costruita per tutelare chi svolgeva già questo lavoro, ma veniva considerato “informale” e quindi facilmente sostituibile. Oltre il 70% delle persone che lavorano nella cooperativa SWaCH sono donne, una scelta precisa legata alla consapevolezza che, per molte donne colpite da discriminazioni legate alla casta e alla provenienza sociale, la gestione informale dei rifiuti rappresenta una delle poche possibilità di reddito disponibili. L’ingresso in SWaCH ha segnato per molte un passaggio cruciale, consentendo di venire riconosciute come lavoratrici che forniscono un servizio pubblico essenziale, per arrivare a svolgere anche un ruolo attivo di educazione ambientale e climatica, accompagnando le comunità nella separazione e gestione responsabile dei rifiuti. Questo è stato possibile sulla base di un PPPP, pro-poor private public partnership, un modello di contratto con l’autorità pubblica che mira a fornire un servizio pubblico e, al contempo, ad alleviare la povertà. Sul piano ambientale, SWaCH avvia a selezione e riciclo circa 227 tonnellate di rifiuti al giorno, ossia oltre 82.000 tonnellate l’anno sottratte alla discarica (per un confronto: si tratta di più di un terzo di quelli gestiti annualmente da Sabar), con un risparmio significativo per la città sui costi di gestione e una riduzione rilevante delle emissioni climalteranti.
Ma ridurre SWaCH a una “buona pratica ambientale” sarebbe limitante. Il cuore dell’esperienza sta nella redistribuzione del valore economico, sociale e simbolico, nella possibilità per lavoratrici e lavoratori di negoziare con le istituzioni e nel fatto che Socie e Soci della cooperativa (3.850 persone), divenuti autosufficienti, ne detengono oggi anche le azioni.

Anche in molti contesti africani, la gestione dei rifiuti è attraversata da un doppio rischio: da un lato l’invisibilità strutturale di chi regge davvero il riciclo; dall’altro una visibilità distorta, che trasforma discariche e accumuli di rifiuti in immagini di degrado attribuite a un continente, invece che a filiere globali e scelte industriali.
Ad Accra, capitale del Ghana, si stima che vengano prodotti circa 3.000 tonnellate di rifiuti ogni giorno, in un contesto in cui le infrastrutture di raccolta sono spesso assenti o non accessibili per ampie fasce di popolazione. In molti quartieri lo smaltimento avviene attraverso discariche informali o combustione all’aperto: pratica diffusa, che contribuisce in modo significativo all’inquinamento dell’aria. È in questo scenario che opera la Green Africa Youth Organization (GAYO), un’organizzazione no-profit guidata da giovani attivisti e professionisti locali, che ha scelto di intervenire non solo sul trattamento dei rifiuti, ma sulla prevenzione dei danni ambientali e sanitari prodotti dalla loro gestione quotidiana. Il loro approccio parte dall’assunto che quando i servizi pubblici non intervengono, la gestione dei rifiuti debba essere ricostruita a livello comunitario, come una delle strategie più efficaci per ridurre emissioni, inquinamento e disuguaglianze. Attraverso il programma Zero Waste Accra, GAYO promuove un modello di gestione decentralizzata che intercetta rifiuti organici, plastici ed elettronici prima che vengano bruciati o abbandonati. Nei quartieri coinvolti vengono creati punti di raccolta di prossimità, piccole infrastrutture di compostaggio e filiere di recupero che integrano direttamente waste picker e lavoratori informali, riconoscendo il loro ruolo chiave nella catena del valore, dal momento che senza il loro lavoro, il rischio non sarebbe solo ambientale, ma una vera e propria crisi sanitaria urbana.

Per S.A.Ba.R., impegnata quotidianamente nella gestione dei rifiuti, ma anche nella sensibilizzazione e nella costruzione di una cultura ambientale diffusa, raccontare queste storie è un modo per mettere in relazione pratiche locali e dinamiche globali riconoscendo la centralità di pratiche di gestione dei rifiuti fondate su equità, partecipazione e responsabilità condivisa.
Oltre a “riciclare bene”, pratica basilare nei contesti locali come il nostro, S.A.Ba.R. vuole accrescere la consapevolezza delle persone sul fatto che, quando mancano la giustizia sociale lungo la filiera e una reale riduzione dei rifiuti a monte, il riciclo rischia di diventare un meccanismo di spostamento degli impatti.
“Riciclare bene”, dunque, può sembrare un piccolo gesto positivo fatto per il proprio vicinato, o per il decoro del territorio, ma è molto più di questo: si tratta della capacità di curarsi delle conseguenze delle nostre azioni e contribuire concretamente a ridurre il nostro impatto negativo sul Pianeta.
